Gregor percorre, privo di forza o motivazione, un sentiero sul quale si è ritrovato senza ricordare come. giunge ad un bivio: una Y enorme al cui incrocio dei bracci osserva le due possibilità che gli si parano davanti. si chiede quale senso possa mai avere lo scegliere quando sono infiniti ed imprevedibili gli effetti di ciascuna scelta, quando parte di essi lavoreranno necessariamente per la sua infelicità nonostante era la felicità che si cercava, quando la percezione della gratificazione che si cerca a sua volta dipende da miliardi di fattori in continua mutazione e non trovando riposta si siede per terra, lascia cadere indietro la sua schiena che si adagia sul suolo polveroso, osserva il cielo sapendo che le nuvole non ne fanno parte e capisce che anche lui ormai non fa più parte di questa storia.

 

 

l’Essenza Primigenia, e l’Esistenza intera che la rispecchia, non ha volontà né scopi.*

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*dal taccuino di John Higherr, 31 maggio 2006 h21:09

 

 

sono il padre di una famiglia di sentimenti fratricidi: mio malgraddo assisto agli scontri e ne conto le vittime.*

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*dal taccuino di John Higherr, 12 febbraio 2006 h18:15

 

 

Gregor, seduto alla sua ascrivania in ufficio, si trova tra le mani un quotidiano: dà un’occhiata alle notizie e realizza che colui che si è preso la briga di inventarlo, suo padre in un certo senso, colui che scrive l’improbabile racconto di cui lui è il perno, deve essere un illuso se crede che la sua creatura possa non accorgersi di quanto assurdi siano i fatti riportati su quelle pagine. non è proponibile un posto, nel mondo reale governato dalla logica e dal buon senso, governato dai ladri, in cui a legiferare siano delinquenti eletti da una popolazione così stupida da farsi convincere da beceri propagandisti senza dignità e così ignava da non reagire mai, dove parassitari venditori di assurde superstizioni antiche riescano ancora a vivere sulle spalle di gente già povera di suo riuscendo persino a fare il buono ed il cattivo tempo all’interno del parlamento di uno stato estero e a condizionarne i costumi e persino la ricerca scientifica. Gregor lo sa: questo è troppo grottesco per esser vero, è solo uno stupido scherzo di uno scrittore mediocremente fantasioso a cui sta meditando di ribellarsi definitivamente.

Gregor butta via il giornale, accende la radio e torna sui suoi registri ad annotare numeri…

 

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Gregor ferma i suoi pensieri, uno ad uno, li osserva da vicino, li vede vuoti ed assiste al loro sgretolarsi e svanire.

i sentimenti, particolare variante delle opinioni, sono fatti della stessa sostanza dei pensieri.

 

 

ho sempre addosso l’angustia di non essere nessuno e di essere troppi, contemporaneamente.*

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*dal taccuino di John Higherr, 14 marzo 2006 h07:43

 

 

vivere nella realtà è più gratificante e semplice dell’ordinaria vita nel giardino delle illusioni umane.*

 

Gregor, seduto su una sedia al centro della sua camera da letto, non riesce a pensare. la sua testa è pesante ma vuota, non un solo pensiero riesce ad arrampicarsi sulle pareti liscie e scivolose del tunnel dell’ignavia in cui tutto è precipitato: anche la tristezza, ma soprattutto quei rari accenni d’entusiasmo di cui avara l’esistenza lo aveva reso capace. coi gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa penzolante osserva lo spazio grigio tra i suoi piedi nudi e gli sembra che una forza centuplicata di gravità lo voglia far schiantare esattamente lì per non permettergli di alzarsi mai più.

ma lui sa anche che quella è solo una scena del dramma, una delle tante, e che presto ne verrà un’altra, soffocante se vista dal di dentro, assurda se vista dal di fuori (la vita è assurda se vista dal di fuori).

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*dal taccuino di John Higherr, 15 febbraio 2006 h14:24

 

 

non so quanto senso abbia che si pretenda che le cose debbano avere un senso. un universo figlio di un increspatura del nulla: cosa potrà mai significare? e se il tutto non ha pretese di voler dire, la parte cosa deve mai dimostrare?*

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*dal taccuino di John Higherr, 10 agosto 2006 h20:16

 

 

Gregor osserva i raggi che obliqui entrano dalla finestra provenienti da un sole pallido alto una manciata di gradi sulla linea dell’orizzonte. è un pomeriggio di quasi metà maggio, un giorno qualsiasi, uno di quelli in cui accadono, dentro e fuori il recinto dei sentimenti, cose di poco conto. una sensazione di cupa rassegnazione invade il suo petto oggi, la cupa rassegnazione che sgorga a volte dal sapore della sconfitta. in piedi osserva fuori dalla sua cucina una collina pallida ammantata di un verde secco e moribondo. a ovest il mare lascia che navi bianche come la speranza e l’allegria l’attraversino per poi farle affondare senza remore né ragioni. il cielo volge il suo sguardo impassibile all’intera scena senza rispondere agli interrogativi sospesi nell’aria che, restii all’idea di dover precipitare verso un suolo pronto a divorarli, sbattono forte le ali come uccelli impazziti.

John Higherr sente una senso di grande stanchezza salire dalle pagine su cui sta scrivendo il suo racconto, la sente passare dalla sua mano attraverso la matita ed invadere il suo braccio, la spalla, il cuore ed infine gli occhi che si appannano. stordito non capisce come mai un’emozione che aveva finto si sia ora incarnata in lui, un’emozione che un personaggio di sua invenzione non ha voluto tenere per sé ma gliel’ha restituita con una feroce smorfia di ribellione. John si chiede se forse il serbatoio delle emozioni umane sia comune a tutti i membri della sua razza, se in fondo per il semplice fatto di essere uomini non siamo non solo capaci, ma anche costretti, a percepire l’intero ventaglio di sensazioni che l’esistenza ha riservato a questa forma di vita, sensazioni che, come mine pronte ad esplodere, hanno solo bisogno di essere calpestate, sentimenti che, come fantasmi sospesi nell’aria, chiedono solo di essere evocati: si interroga se quel moto dell’animo è il suo, o se è solo l’inteprete di una storia che appartiene a qualcun altro o forse a tutti. ma ad ogni modo l’afflito, in questo momento in cui il tempo si ferma, ora è lui e non il suo eroe immaginario che se la ride, e ad affliggerlo è un sorriso, bello e desiderabile, che uscito dalla porta di casa sua non vi farà ritorno.

Bernardo si domanda se l’idea di scrivere racconti abbia una qualche validità, se lui vi abbia una qualche capacità o propensione o se dovrebbe invece limiatarsi, almeno in quel momento della sua vita, all’esclusiva stesura di quel suo diario intimo che, non nascendo dalla finzione ma dall’osservazione e dalla speculazione, ha una natura totalmente distinta. così chiude pensoso il taccuino su cui stava annotando la storia di questo suo alterego da un nome non troppo improbabile, scrittore di racconti dai personaggi bizzarri e metafisici, e, notato sulla sua scrivania un libro che non riconosce come suo e di cui non sa spiegarsi la presenza in quel luogo, lo apre e legge:

 

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.*

 

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*Fernando Pessoa, Autopsicografia

 

l’amore è un regime che esige l’unanimità dei consensi e dei sensi, la parzialità incespica e non funziona.*

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*dal taccuino di John Higherr, 14 febbraio 2006 h19:38

 

Gregor precipita.

cadendo osserva il mondo assurdo in cui vive, la giungla di nonsenso in cui continuamente balugina la meraviglia.

avvicinandosi al suolo chiude gli occhi e a pochi metri dallo schianto si addormenta e sogna di essere il contabile di una ditta portoghese che commercia tessuti, un contabile atipico che negli attimi di pausa dai numeri ragiona sul senso della condizione umana. il suo sogno è nitido: sta riponendo il registro di magazzino nel casetto della scrivania del suo nuovo ufficio. in fondo al cassetto nota qualcosa: un quaderno con la copertina nera. è un taccuino. pieno zeppo di annotazioni. lo mette in tasca per dargli un’occhiata dopo, con calma. le strade di Lisbona sono brulicanti di gente a quell’ora. Gregor esce dal portone del palazzo e si mischia agli altri senza pensieri, consapevole di muoversi verso una casa, la sua, che non ha idea di dove si trovi.

 

 

gli uomini sono totalmente succubi di se stessi. la libertà è libertà da tale condizione, libertà da se stessi. ed ha del sovrumano pur essendo alla portata di tutti.*

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*dal taccuino di John Higherr, 02 maggio 2006 h11:12

 

 

 

Gregor sale sul parapetto del terrazzo all’ottavo piano e, osservando il traffico di luci che scorre lento sotto di sé quel sabato sera, riflette sulla sua nuova rivelazione: ora è consapevole di essere solo uno dei personaggi recitati da un autore/attore di nome John Higherr. la scoperta è giunta leggendo il taccuino che porta in tasca e su cui, l’inventore della storia che credeva essere la sua vita, ha appuntato una bozza della descrizione dello smarrimento che prova chi scopre di non essere.

preso il taccuino, poche pagine più avanti, legge:

in fondo, con la più lucida capacità di valutazione di cui un uomo è possibilitato: vale la pena vivere? nel bilancio dei dolori e delle gioie quale ne è l’utile? in quello del tedio e del senso? in quello degli amori e delle illusioni?

essendo già in vita, alla fine, è ragionevole provare a vivere nella migliore delle maniere possibili: accetare l’assurdo come assurdo e viverlo, non scordando mai di essere stranieri di passaggio in questa terra. ci vuole molto coraggio, ogni giorno. oppure basta essere degli idioti e non accorgersi di nulla.

Gregor ripone in tasca quei fogli rilegati e, per fare un dispetto al suo creatore, si butta di sotto.

cadendo però ha il dubbio che questo suo gesto sia stato già voluto e descritto da chi ha già voluto e descritto il resto delle azioni che ora sa non più sue.