Gregor osserva i raggi che obliqui entrano dalla finestra provenienti da un sole pallido alto una manciata di gradi sulla linea dell’orizzonte. è un pomeriggio di quasi metà maggio, un giorno qualsiasi, uno di quelli in cui accadono, dentro e fuori il recinto dei sentimenti, cose di poco conto. una sensazione di cupa rassegnazione invade il suo petto oggi, la cupa rassegnazione che sgorga a volte dal sapore della sconfitta. in piedi osserva fuori dalla sua cucina una collina pallida ammantata di un verde secco e moribondo. a ovest il mare lascia che navi bianche come la speranza e l’allegria l’attraversino per poi farle affondare senza remore né ragioni. il cielo volge il suo sguardo impassibile all’intera scena senza rispondere agli interrogativi sospesi nell’aria che, restii all’idea di dover precipitare verso un suolo pronto a divorarli, sbattono forte le ali come uccelli impazziti.

John Higherr sente una senso di grande stanchezza salire dalle pagine su cui sta scrivendo il suo racconto, la sente passare dalla sua mano attraverso la matita ed invadere il suo braccio, la spalla, il cuore ed infine gli occhi che si appannano. stordito non capisce come mai un’emozione che aveva finto si sia ora incarnata in lui, un’emozione che un personaggio di sua invenzione non ha voluto tenere per sé ma gliel’ha restituita con una feroce smorfia di ribellione. John si chiede se forse il serbatoio delle emozioni umane sia comune a tutti i membri della sua razza, se in fondo per il semplice fatto di essere uomini non siamo non solo capaci, ma anche costretti, a percepire l’intero ventaglio di sensazioni che l’esistenza ha riservato a questa forma di vita, sensazioni che, come mine pronte ad esplodere, hanno solo bisogno di essere calpestate, sentimenti che, come fantasmi sospesi nell’aria, chiedono solo di essere evocati: si interroga se quel moto dell’animo è il suo, o se è solo l’inteprete di una storia che appartiene a qualcun altro o forse a tutti. ma ad ogni modo l’afflito, in questo momento in cui il tempo si ferma, ora è lui e non il suo eroe immaginario che se la ride, e ad affliggerlo è un sorriso, bello e desiderabile, che uscito dalla porta di casa sua non vi farà ritorno.

Bernardo si domanda se l’idea di scrivere racconti abbia una qualche validità, se lui vi abbia una qualche capacità o propensione o se dovrebbe invece limiatarsi, almeno in quel momento della sua vita, all’esclusiva stesura di quel suo diario intimo che, non nascendo dalla finzione ma dall’osservazione e dalla speculazione, ha una natura totalmente distinta. così chiude pensoso il taccuino su cui stava annotando la storia di questo suo alterego da un nome non troppo improbabile, scrittore di racconti dai personaggi bizzarri e metafisici, e, notato sulla sua scrivania un libro che non riconosce come suo e di cui non sa spiegarsi la presenza in quel luogo, lo apre e legge:

 

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.*

 

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*Fernando Pessoa, Autopsicografia

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