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ovvero: Brecht2.0 e l’inadeguatezza dell’idealismo ai giorni nostri

*circostanza: una guerra che dura da molti anni (l’umanità ne ha conosciuto tante e tante ancora ne conoscerà, sceglietene una, alla fine si equivalgono tutte nell’essenza);
*personaggi: le qualità umane più vere (la meschinità e l’attitudine al compromesso in primis, l’istinto di sopravvivenza e di arricchimento) che prendono corpo;
*trama: come gli uomini creano lo schifo e come loro stessi vi debbano sopravvivere;
*morale: “la guerra è solo la continuazione degli affari con altri mezzi, ma i grandi affari non li fa la povera gente, e nella guerra le virtù umane diventano mortali“.

questo è Brecht. ed il 2.0? il 2.0 è giungere alla consapevolezza che la guerra (o gli affari se volete) è la sola realtà in cui gli uomini sappiano vivere, che la cosiddetta pace è un periodo di competitività non esplosiva, una guerra più blanda insomma, un momento in cui l’aggressità si rifà il trucco con chili di protocolli ed accordi (quasi) bilaterali, in cui gli operai muoiono al lavoro e se protestano li si ignora semplicemente o li si licenzia, in cui i dissidenti vengono malmenati in una scuola Diaz qualsiasi, e la guerra, quella definità così nei libri di storia, è il momento invece in cui si buttano le maschere, si indossano gli artigli mai atrofizzati e ci si mostra esattamente per quello che si è: animali assetati e senza scrupoli suddivisi in schieramenti opposti, enormi branchi di pecore sfruttate comandati da grandi branchi di cani che difendono gli interessi di microscopici branchi di porci (ma non mischiamo gli autori, le sinergie di pessimismi possono essere devastanti).

lo spettacolo in questione è Madre Coraggio. la compagnia gli Ipocriti, la regista Cristina Pezzoli, la protagonista Isa Danieli, la coprotagonista Xenia Cremon. in giro in queso periodo per lo stivale in una versione che sembra fatta apposta per questo miserabile stivale logoro e prossimo al tracollo.

interessanti soluzioni sceniche, attori che sanno il fatto loro, un lavoro ben realizzato, reso attuale da un piccolo upgrade al testo originale per poter permettere alla lucentezza della storia di riflettere vicende nostre e fatti a noi conosciuti (la monnezza a Napoli, la corruzione, Falcone e Borsellino che saltano in aria), popolato da esseri troppo umani, schifosamente umani, umani fino alla nausea… in pratica cani rognosi che pensano solo a salvarsi la pelle ed a speculare sugli altri e sulle loro disgrazie ogni volta che se ne presenti l’occasione.

in questa tragedia di avidi sciacalli (Berlusconi per una volta non c’entra) l’unico eroe positivo è Kattrin, muta, sfregiata e indesiderata, nemesi e figlia di Anna, l’unica che nella consapevolezza di cosa è da vigliacchi ed infami si comporta coerentemente col suo sentire pagando con la vita questa integrità. a differenza del ritardato di The Cube (altro prototipo di eroe innocente) però lei non è l’unica ad uscire viva dalla trappola, ma l’ultima a morire, dopo che già in molti, i suoi fratelli inclusi, ci hanno lasciato le penne.

quante Kattrin ci sono oggi in Italia?

 

 

“sono distesa su questo pavimento freddo, e avverto la massa di un corpo morto fuori dai muri, in strada. hanno ucciso qualcuno anche stanotte. ho udito i colpi.
non fa rumore, il sangue che cola e scola fra le mie gambe.
non ho uno straccio per tamponare il mio sangue né il suo.
a gambe spalancate. è il lacrimoso amalgama di umori e di materie: il cadavere in strada deformato dalle botte degli squadristi, e io a gambe aperte, mestruata, come ogni mese ogni donna, ma in una stanza buia; sappia sempre di sangue, e che sia lento: lo scricchiolio delle vertebre disgiunte, scomposte e decomposte, e la leziosità delle mie cosce lungo le quali scende, flemmatica, la sanzione mensile del plasma appiccicoso.
gocce, rivoli, flutti: non fa rumore, il sangue, Direttore. non il mio, non quello dell’ignoto morto…”*

potrebbe sembrare un libro, ma non lo è. è un giardino pieno di rovi, infestato da pungenti erbe velenose, disseminato di calcinacci taglienti che squarciano i nostri piedi nudi mentre cerchiamo di trovarne l’uscita. ed è al buio. un buio fitto come la paura, irrazionale, la stessa paura che accompagna la vita da molto prima che diventasse razza umana, una paura pregnante ed inscindibili dai corpi, una p-aura.

uno spiegabile rifiuto prima di riprendere in mano queste pagine rilegate, una rassegnazione stranamente calma una volta dentro. “sapevo che si sarei rifinito qui. non mi resta che andare avanti nonostante dietro le maschere dei suoi personaggi io possa vedere solo la sostanza dei miei demoni, che poi sono i demoni dell’umanità.”

sembra parlare di un luogo fisico preciso e reale, di una guerra realmente combattuta, di sporche faccende, di pogrom ed assassinii, di generali, di fascisti, di nazioni unite e di inutili aiuti umanitari. io non c’ero, ma credo sia vero che quella guerra sia stata realmente combattuta, e se non lo fosse cento altre lo sono state, e l’odore del sangue di quei cadaveri e di tutti i cadaveri del mondo lo sento tra le parole, è una pozzanghera densa su cui galleggiano le pause tra le frasi e mi sporca le dita mentre volto pagina restando immobile nello stesso condominio Yu Prog a Mitrovica nord, in assedio, aspettando la morte in mezzo ad altri derelitti.

ma che ci faccio io qui, in mezzo a tutto questo odio esplosivo sganciato dagli aerei in volo? come ci sono finito qui, sulla terra, su questa parte di terra e proprio ora? perché tutta questa violenza?

questa violenza è la violenza di sempre, la violenza della vita resa ancora più deflagrante dagli uomini e dalla loro capacità di essere ciecamente stupidi e tecnologicamente feroci. ed io sono l’essere umano di sempre, lo stesso che è morto in tutte le guerre, lo stesso che ha ucciso in ognuna di esse.

 

* sappiano le mie parole di sangue, babsi jones, rizzoli.

 

 

la cosa gratificante, perché pulita e onesta, quando si legge un saggio che tratti di una specifica questione, è accorgersi che le argomentazioni a favore o contro una determinata tesi hanno una dignità propria, evidente, palese, che l’autore ti porta a scoprire senza convincerti di nulla visto che l’idea che ti espone già di per sé è convincente, valida, degna, non bisognosa di dogmi, né di astrazioni, né di artifici vari che la supportino.

questa sensazione di pulizia intellettuale, di onestà, la si prova, o almeno io la provo, quando leggo di cose che sono provabili e provate, fallibili chiaramente, le cui teorie sono migliorabili, ma le cui conclusioni si basano sull’osservazione di un fenomeno, sulla formulazione di un’ipotesi, sulla verifica di questa ipotesi, sull’intepretazione di questa verifica e sul corollario che ne deriva. scienza in pratica. quella cosa meravigliosa frutto dell’ingegno umano che ci permette di capire il mondo ed i suoi meccanismi, di curarci dalle malattie, di vivere meglio, di fare cose che altrimenti non avremmo mai potuto fare. quella cosa meravigliosa che, almeno in occidente, usiamo, tradotta in tecnologia, durante l’intero arco della giornata qualsiasi sia l’attività, produttiva, ricreativa o quantaltro, che stiamo svolgendo e la cui validità, verità ed utilità è quindi sperimentata da tutti quotidianamente.

questa sensazione di onestà intellettuale è del tutto assente quando qualcuno vuole che il lettore digerisca uno scritto, frutto della rielaborazione di altre opere appartenenti al genere della narrativa (e della mitologia in particolar modo), pieno di conclusioni sconclusionate ed inverosimili come se si trattasse di un saggio scientifico. un esempio di questo tentativo indegno e per giunta oscurantista, ultimamente purtroppo in voga, è quello di far passare le teorie neocreazioniste dell’intelligent design (ID) per scienza e di far considerare come non attendibile ed indimostrato il darwinismo.

“Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli.” (Matteo 5:3) effettivamente chi ha un minimo di buon senso e di cultura è difficile da abbindolare con certe cazzate.

“Creazione Senza Dio”, di Telmo Pievani, Einaudi: 137 pagine di evidenza che fugano indissolubilmente una subdola retorica mistificante e reazionaria.