Gregor ferma i suoi pensieri, uno ad uno, li osserva da vicino, li vede vuoti ed assiste al loro sgretolarsi e svanire.
i sentimenti, particolare variante delle opinioni, sono fatti della stessa sostanza dei pensieri.
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Gregor ferma i suoi pensieri, uno ad uno, li osserva da vicino, li vede vuoti ed assiste al loro sgretolarsi e svanire. i sentimenti, particolare variante delle opinioni, sono fatti della stessa sostanza dei pensieri.
ho sempre addosso l’angustia di non essere nessuno e di essere troppi, contemporaneamente.* ____
vivere nella realtà è più gratificante e semplice dell’ordinaria vita nel giardino delle illusioni umane.*
Gregor, seduto su una sedia al centro della sua camera da letto, non riesce a pensare. la sua testa è pesante ma vuota, non un solo pensiero riesce ad arrampicarsi sulle pareti liscie e scivolose del tunnel dell’ignavia in cui tutto è precipitato: anche la tristezza, ma soprattutto quei rari accenni d’entusiasmo di cui avara l’esistenza lo aveva reso capace. coi gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa penzolante osserva lo spazio grigio tra i suoi piedi nudi e gli sembra che una forza centuplicata di gravità lo voglia far schiantare esattamente lì per non permettergli di alzarsi mai più. ma lui sa anche che quella è solo una scena del dramma, una delle tante, e che presto ne verrà un’altra, soffocante se vista dal di dentro, assurda se vista dal di fuori (la vita è assurda se vista dal di fuori). ____
non so quanto senso abbia che si pretenda che le cose debbano avere un senso. un universo figlio di un increspatura del nulla: cosa potrà mai significare? e se il tutto non ha pretese di voler dire, la parte cosa deve mai dimostrare?* ____
Gregor osserva i raggi che obliqui entrano dalla finestra provenienti da un sole pallido alto una manciata di gradi sulla linea dell’orizzonte. è un pomeriggio di quasi metà maggio, un giorno qualsiasi, uno di quelli in cui accadono, dentro e fuori il recinto dei sentimenti, cose di poco conto. una sensazione di cupa rassegnazione invade il suo petto oggi, la cupa rassegnazione che sgorga a volte dal sapore della sconfitta. in piedi osserva fuori dalla sua cucina una collina pallida ammantata di un verde secco e moribondo. a ovest il mare lascia che navi bianche come la speranza e l’allegria l’attraversino per poi farle affondare senza remore né ragioni. il cielo volge il suo sguardo impassibile all’intera scena senza rispondere agli interrogativi sospesi nell’aria che, restii all’idea di dover precipitare verso un suolo pronto a divorarli, sbattono forte le ali come uccelli impazziti. John Higherr sente una senso di grande stanchezza salire dalle pagine su cui sta scrivendo il suo racconto, la sente passare dalla sua mano attraverso la matita ed invadere il suo braccio, la spalla, il cuore ed infine gli occhi che si appannano. stordito non capisce come mai un’emozione che aveva finto si sia ora incarnata in lui, un’emozione che un personaggio di sua invenzione non ha voluto tenere per sé ma gliel’ha restituita con una feroce smorfia di ribellione. John si chiede se forse il serbatoio delle emozioni umane sia comune a tutti i membri della sua razza, se in fondo per il semplice fatto di essere uomini non siamo non solo capaci, ma anche costretti, a percepire l’intero ventaglio di sensazioni che l’esistenza ha riservato a questa forma di vita, sensazioni che, come mine pronte ad esplodere, hanno solo bisogno di essere calpestate, sentimenti che, come fantasmi sospesi nell’aria, chiedono solo di essere evocati: si interroga se quel moto dell’animo è il suo, o se è solo l’inteprete di una storia che appartiene a qualcun altro o forse a tutti. ma ad ogni modo l’afflito, in questo momento in cui il tempo si ferma, ora è lui e non il suo eroe immaginario che se la ride, e ad affliggerlo è un sorriso, bello e desiderabile, che uscito dalla porta di casa sua non vi farà ritorno. Bernardo si domanda se l’idea di scrivere racconti abbia una qualche validità, se lui vi abbia una qualche capacità o propensione o se dovrebbe invece limiatarsi, almeno in quel momento della sua vita, all’esclusiva stesura di quel suo diario intimo che, non nascendo dalla finzione ma dall’osservazione e dalla speculazione, ha una natura totalmente distinta. così chiude pensoso il taccuino su cui stava annotando la storia di questo suo alterego da un nome non troppo improbabile, scrittore di racconti dai personaggi bizzarri e metafisici, e, notato sulla sua scrivania un libro che non riconosce come suo e di cui non sa spiegarsi la presenza in quel luogo, lo apre e legge:
Il poeta è un fingitore.
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l’amore è un regime che esige l’unanimità dei consensi e dei sensi, la parzialità incespica e non funziona.* ____
Gregor precipita. cadendo osserva il mondo assurdo in cui vive, la giungla di nonsenso in cui continuamente balugina la meraviglia. avvicinandosi al suolo chiude gli occhi e a pochi metri dallo schianto si addormenta e sogna di essere il contabile di una ditta portoghese che commercia tessuti, un contabile atipico che negli attimi di pausa dai numeri ragiona sul senso della condizione umana. il suo sogno è nitido: sta riponendo il registro di magazzino nel casetto della scrivania del suo nuovo ufficio. in fondo al cassetto nota qualcosa: un quaderno con la copertina nera. è un taccuino. pieno zeppo di annotazioni. lo mette in tasca per dargli un’occhiata dopo, con calma. le strade di Lisbona sono brulicanti di gente a quell’ora. Gregor esce dal portone del palazzo e si mischia agli altri senza pensieri, consapevole di muoversi verso una casa, la sua, che non ha idea di dove si trovi.
gli uomini sono totalmente succubi di se stessi. la libertà è libertà da tale condizione, libertà da se stessi. ed ha del sovrumano pur essendo alla portata di tutti.* ____
Gregor sale sul parapetto del terrazzo all’ottavo piano e, osservando il traffico di luci che scorre lento sotto di sé quel sabato sera, riflette sulla sua nuova rivelazione: ora è consapevole di essere solo uno dei personaggi recitati da un autore/attore di nome John Higherr. la scoperta è giunta leggendo il taccuino che porta in tasca e su cui, l’inventore della storia che credeva essere la sua vita, ha appuntato una bozza della descrizione dello smarrimento che prova chi scopre di non essere. preso il taccuino, poche pagine più avanti, legge: in fondo, con la più lucida capacità di valutazione di cui un uomo è possibilitato: vale la pena vivere? nel bilancio dei dolori e delle gioie quale ne è l’utile? in quello del tedio e del senso? in quello degli amori e delle illusioni? essendo già in vita, alla fine, è ragionevole provare a vivere nella migliore delle maniere possibili: accetare l’assurdo come assurdo e viverlo, non scordando mai di essere stranieri di passaggio in questa terra. ci vuole molto coraggio, ogni giorno. oppure basta essere degli idioti e non accorgersi di nulla. Gregor ripone in tasca quei fogli rilegati e, per fare un dispetto al suo creatore, si butta di sotto. cadendo però ha il dubbio che questo suo gesto sia stato già voluto e descritto da chi ha già voluto e descritto il resto delle azioni che ora sa non più sue.
un vociare monotono lo chiama ad affacciarsi dal balcone di casa sua: un’oceanico gregge in ginocchio, radunato sulla pubblica piazza, prega ed adora ad occhi bassi un’enorme cane-pastore bianco e vaporoso che si staglia nitido contro un cielo azzurro. Gregor grida loro che si tratta solo di una nuvola ma nessuno sembra voglia sentirlo. sul balcone di fronte al suo un vecchio maiale, abbigliato di bianco e oro, sghignazza e farnetica e dietro di lui un nano vestito di nero con un tricolore al braccio conta in tripudio un mazzo di banconote e poi spara ogni tanto a caso sulla folla. dallo sconforto iniziale Gregor passa alla consapevolezza che tutto ciò è troppo assurdo per esser vero, sicuramente si tratta di un incubo.
volteggia senza sosta, come una falena impazzita alla luce di una lampadina, il rumore che produce il volo della mia disattenzione troppo vigorosa, aleggia su mille pensieri e non si posa mai.* ____
vivere è come giocare una partita contro due avversari contemporaneamente: il mondo e sé stessi.* ____
Gregor osserva una foto in cui vede se stesso da giovane e nella sua mente riaffiorano ricordi di allora. lui sa bene, però, che quelli non sono i suoi ricordi in realtà, ma quelli di un altro personaggio che l’autore del tutto ha deciso dovesse essere il protagonista del suo prequel. sul retro della foto qualcuno ha appuntato: ciò che viene dopo non è da considerarsi necessariamente evoluzione. ciò che viene prima non è da considerarsi necessariamente stadio da cui emanciparsi. ed in realtà il tempo non esiste: il continuo cambiamento di tutte le cose è solo il risultato di un’attitudine intima dell’esistenza intera, quella al cambiamento appunto…
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